L’Economia Civile e la valutazione del proprio impatto

L’Economia Civile e la valutazione del proprio impatto

L’Economia Civile e la valutazione del proprio impatto

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L’Economia Civile e la valutazione del proprio impatto

A cura di Silvia Martina Chiti – Green Marketing & CRX presso ForGreen Spa

Il paradigma dell’Economia Civile considera la felicità condivisa come il cardine e la direzione dell’agire economico. Nata nel Settecento dagli studi di Antonio Genovesi (1713-1769), titolare della prima cattedra di Economia in Europa e autore del testo “Lezioni di commercio, ossia di Economia civile”, questa corrente di pensiero fonda la propria teoria economica di mercato sui principi di reciprocità, fraternità e gratuità, ponendo al centro le persone e ricercando il bene comune e la felicità pubblica.

Si tratta di una prospettiva culturale di interpretazione dell’intera economia antica, che si rivela essere sempre più attuale e si differenzia da quella dell’Economia politica per i diversi assunti di base. Il primo è quello antropologico: l’Economia civile si fonda sull’idea di Homo homini natura amicus (l’uomo è per natura amico degli altri uomini) e quindi lo considera un soggetto empatico che abbina preferenze sociali ad auto-interesse, un cercatore di senso capace di risolvere i dilemmi sociali generando superadditività.

Anche la concezione del mercato è ben diversa dalla tradizionale: per l’Economia civile il mercato è il luogo del mutuo vantaggio, che ha come fine il bene comune che dev’essere misurato con indicatori più qualitativi (o comunque misti), quali ad esempio:

  • il BES, ossia stock di beni economici, relazionali, ambientali, spirituali di cui una comunità può godere su un territorio;
  • l’indicatore di felicità Interna Lorda (Gross National Happiness – GNH);
  • l’indice di Sviluppo Umano (Human Development Index – HDI), suggerito dall’ONU;
  • l’indicatore di Progresso Autentico (Genuine Progress Indicator – GPI).

 

Questi combinano la dimensione economica e sociale, distinguendo tra spese positive, cioè che aumentano il benessere, come quelle per beni e servizi, e negative, che invece diminuiscono il benessere, come la criminalità, l’inquinamento, etc., poiché «Le misure convenzionali del reddito, della ricchezza e del consumo non sono sufficienti per definire il benessere umano. Devono essere accompagnate da elementi non monetari che rappresentano la qualità della vita.» (Stiglitz et al., 2009, p.19). Da qui consegue una diversa visione dell’impresa che non è, come per l’economia politica, una massimizzatrice di profitto orientato principalmente a una categoria di stakeholder e spesso povera nella produzione di senso e di impatto sociale, ma una creatrice di valore aggiunto per i diversi stakeholder, ricca nella produzione di senso e di triplice impatto (economico, sociale e ambientale).

Per una realtà imprenditoriale, aderire a un modello di Economia Civile significa scegliere comportamenti virtuosi nell’interesse della comunità come del proprio: i vantaggi ambientali, sociali, economici e relazionali si riverberano sulla reputazione dell’azienda, sulla sua capacità di mobilitare abilità ed entusiasmi, sulla sua redditività e sulla sua solidità economica. La necessità di valutare l’impatto organizzativo in questi termini nasce sia per la crisi del modello economico e di quello di welfare, sia per le riforme in atto, ma soprattutto per il cambiamento della logica sulla responsabilità, da cui deriva che i concetti di sostenibilità economica, sociale e ambientale debbano essere integrati e condivisi, dalla progettazione alla misurazione e comunicazione, con il contesto di appartenenza, poiché il potenziale impatto di una pratica innovativa sul contesto sociale si ritiene tanto più elevato quanto più inclusivo.

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